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mercoledì 25 novembre 2009

ANCORA SULLA PAUSA PRANZO IDEALE - Silvia Salomoni intervista Martino Ragusa


Martino è psichiatra, per questo abbiamo parlato con lui della pausa pranzo, un momento cruciale nella giornata di tutti i lavoratori, sia dal punto di vista nutrizionale, che psicologico e relazionale.
Martino: La pausa pranzo, a parte l'aspetto nutrizionale, ha un importante valore psicologico. Per questo dovrebbe somigliare il più possibile a un "ritorno a casa", essere cioè uno stacco reale, sia fisico che mentale utile a ricaricare le energie. Va da sé che, specialmente nella stagione fredda, dovrebbe essere un piatto caldo consumato seduti e lentamente. Un pasto simile è qualcosa che "ricrea" proprio nel senso etimologico del "creare di nuovo", preparando al pomeriggio con più vitalità.
S: Però il tempo è sempre centellinato, cosa si può fare?
M: Sono un sostenitore dei 20/30 minuti di ri-creazione in più oltre al tempo strettamente necessario a quello dedicato al pasto. Un tempo supplementare di distacco dal lavoro che va oltre a quello necessario per mangiare, da riservare a sé stessi prima o dopo il pasto. Sarei disposto ad arrivare 20 minuti prima, o a tornare a casa 20 minuti dopo, pur di poter godere di questo tempo dedicato a sé, utile a ricaricare le batterie in vista del pomeriggio. Tempo per fare cosa? Anche la pennichella, se è questo ciò di cui si ha bisogno. Oppure leggere qualche pagina di un libro in santa pace, o il giornale, ascoltare un po' di musica, fare una corsetta o un po' di cyclette, conversare con i colleghi o fare una telefonata privata in pace, anche recitare il rosario se uno è credente... Insomma, un tempo libero che incoraggi la fuga dal ruolo, che ricostruisca in miniatura l'effetto di distacco e di ricarica che dà la vacanza o il weekend, e che quindi faccia tornare al lavoro con anche un pizzico di desiderio.
S: Pensi che sia possibile?
M: E' una sfida da lanciare alle gradi aziende, che potrebbero prevedere degli spazi comuni diversi da quelli del lavoro e del pranzo. Dove ci siano delle poltrone comode per il risposo, oppure degli attrezzi sportivi, a seconda delle esigenze. Come a recuperare l'idea della ricreazione scolastica: è vero che i bambini sfruttano quel tempo per fare merenda, ma non è un caso che poi giochino, così come gli adolescenti flirtano, o tirano quattro calci a un pallone...
S: Questo avrebbe un influsso positivo anche sulla produttività, giusto?
M: Certamente, perché ci libererebbe dall'idea mitica del lavoro come punizione inflitta ad Adamo, verso la sponda più gratificante di un uomo felicemente faber, attivo e costruttore. Non si può applicare a un'entità complessa fatta di psiche e corpo come l'uomo il principio "sacco vuoto non sta in piedi"... Non siamo solo contenitori da riempire!
Vediamo ora qualche dato e qualche consiglio sulla pausa pranzo in Italia, oggi.
Il simbolo della pausa pranzo è ancora il panino? A giudicare dai 500 milioni di panini consumati ogni anno nei bar italiani sembrerebbe di sì... Eppure cresce la consapevolezza che un'alimentazione varia e appropriata sul lavoro sia il presupposto per fare di più e meglio. A prescindere dal grado di fatica e dal tipo di sforzi che richiede la propria occupazione, la regola che vale per tutti è la necessità di staccare la spina. Mangiare in ufficio davanti al computer (il cosiddetto "desk eating"), in spazi improvvisati ricavati nei cantieri, o ancora peggio in piedi nei paraggi della propria postazione è sempre sconsigliabile. Il pasto corretto richiede almeno 30 minuti, meglio se in un luogo dedicato che lo renda anche un momento di socializzazione e di riposo. La fretta e lo stress sono nemici del metabolismo e della produttività. Mangiare troppo velocemente, in preda all'ansia, o in piedi, ostacola la digestione e dà un senso di sazietà precario destinato a innescare reazioni a catena di spuntini e snack durante tutto il pomeriggio, poco raccomandabili per linea e salute.
Vediamo alcuni accorgimenti più o meno ovvi per sopravvivere nei giorni feriali: intanto è opportuno non saltare la colazione, piuttosto è meglio svegliarsi un po' prima, o portarla con sé sul lavoro. Il rischio altrimenti è arrivare all'una con i crampi allo stomaco, emicrania, spossatezza... Se non si è ceduto prima allo spuntino di metà mattina. Questo, comunque, non è da incriminare in toto: un caffè può essere utile a infondere un po' di energia, ma non deve diventare il primo di una serie infinita. Meglio optare per un frutto, tenendosi a debita distanza dai distributori automatici gremiti di "junk food". Stesso ragionamento vale per la merenda pomeridiana: cioccolatini e caramelle sulla scrivania sono tentazioni pericolose. Più innocui ad esempio uno yogurt, dei biscotti secchi o delle gallette di riso. Ma passiamo al pranzo vero e proprio: il fabbisogno di calorie che un adulto deve introdurre con il pranzo è tra le 600 e le 800 (cioè il 30/40% del fabbisogno giornaliero). Le chances a disposizione per la pausa pranzo sono varie: chi non riesce a tornare a casa (la maggioranza dei lavoratori italiani) si ferma al bar, al ristorante (magari convenzionato), in mensa, al self service, o nei chioschi lungo la strada. Alternare i luoghi e le modalità sarebbe positivo, ma spesso non è possibile.
Tra le soluzioni possibili abbiamo scoperto anche un servizio di catering di alto livello che a Milano consegna dei menu completi e molto articolati direttamente negli uffici, via pony express, prenotando e ordinando tutto quanto su internet. Sul cosa ordinare bisognerebbe sempre tenere presente che i pasti ipercalorici appesantiscono senza placare del tutto il senso di fame. Dove possibile, optare per un piatto piuttosto che un panino, ma facendo attenzione ai condimenti. Le scelte più raccomandabili sono una pasta al pomodoro e basilico, o un secondo di pesce o carne cotti ai ferri, al vapore, con un filo di olio di oliva. Nemmeno le famose insalatone sono del tutto innocue: sì alle verdure fresche crude o cotte, ma no ai mix esplosivi di ingredienti tra loro diversissimi (vedi wurstel, tonno, mozzarella, uovo sodo, prosciutto, formaggio...). Se panino deve essere, che almeno non sia unto, o troppo grasso.
È sufficiente evitare salse come maionese, senape o ketchup, preferendo pane comune o integrale ai sandwich burrosi. Inutile dire che a fare la differenza è la farcitura, sceglietela leggera: prosciutto crudo magro, bresaola, o arrosto di tacchino sono meglio di salami e altri insaccati più grassi, o cotolette. In ogni caso, è sempre bene accompagnare il panino, il primo, o il secondo caldo con delle verdure (in insalata, grigliate, o bollite) e/o della frutta, alimenti che apportano fibre, vitamine e minerali.
(articolo da: http://www.ilgiornaledelcibo.it/; immagine dal web )

martedì 17 novembre 2009

DOLCE STEVIA CONTRO L'ASPARTAME (estratto di un articolo di Sepp Hasslberger)

Nel 1965 il chimico James Schlatter, lavorando per la G.D. Searle, nel tentativo di formulare un farmaco contro le ulcere allo stomaco combinò due aminoacidi: l'acido aspartico e la fenilalanina. Si accorse che il miscuglio era dolce e, sebbene non era questa l'intenzione, aveva scoperto una sostanza dal potenziale miliardario. Da allora fino al 1983, l'FDA si oppose alla messa in commercio di questo dolcificante che oggi si conosce col nome 'aspartame'. Pressioni politiche messe in moto da Donald Rumsfeld, già presidente della Searle trasferitosi a Washington durante la presidenza di Reagan, misero a tacere gli scienziati che avevano espresso dubbi e così nacque un business miliardario.
Oggi l'aspartame si trova in migliaia di prodotti dalle marmellate per diabetici alle bibite 'light', cioè con poco zucchero, dai biscotti senza zucchero alla polverina che aggiungiamo al caffè. Problemi che gli scienziati dell'FDA avevano notato, già emersi negli studi clinici, erano attacchi epilettici, cancro al cervello e morte degli animali. Nei primi anni di uso dell'aspartame le lamentele per gli effetti collaterali dell'aspartame erano tantissime. L'FDA, invece di togliere il prodotto dal mercato, smise di accettare le segnalazioni e negò in modo categorico che l'aspartame potesse avere qualsiasi effetto dannoso.
In Europa, l'approvazione per l'uso dell'aspartame era abbastanza facile. L'FDA è come il fratello maggiore per le nostre autorità sanitarie. Con studi truccati e con l'aiuto di pagamenti a qualche scienziato compiacente, l'Inghilterra l'approvò per prima. Quando la Monsanto, che aveva comprato la G.D. Searle, disse che il dolcificante era già approvato negli USA e nell'Inghilterra, gli altri paesi, incluso l'Italia, non ebbero scelta. Approvarono l'uso del dolcificante. Si ebbe così un'epidemia di problemi psichiatrici, un'aumento delle malattie cardiache, un vero boom del diabete e dell'obesità.
Nell'anno 2000 si portò la problematica dell'aspartame all'attenzione dell'allora ministro della Sanità Veronesi. La risposta faceva riferimento all'approvazione dell'aspartame da parte della Comunità europea, la quale si riferiva all'FDA e agli studi finanziati dai produttori. L'aspartame è tuttora in commercio.
La stevia rebaudiana, pianta nativa delle foreste amazzoniche è conosciuta per le sue foglie dolci. E pare che, nonostante il suo gusto zuccherino, non disturbi il metabolismo dei zuccheri di chi la consuma. Il suo estratto è fino a 300 volte più dolce dello zucchero. Ne basta pochissimo per dolcificare il caffè o il tè.
Ai tempi dell'approvazione dell'aspartame, la stevia era un concorrente scomodo e bisognava eliminarla. Negli USA, la Food and Drug Administration, da sempre favorevole alle grandi industrie, vietava l'uso della stevia come dolcificante. L'estratto rimaneva disponibile come supplement (integratore alimentare) ma il suo uso fu effettivamente limitato perché non poteva essere venduto come dolcificante.
In Europa, non era facile far vietare la stevia, ma con grande ingenuità, si trovò il metodo per farlo. Si seminarono "dubbi scientifici" sulla sicurezza della stevia nei comitati scientifici europei e nazionali e presto alcuni paesi vietarono il suo uso. L'Italia lo fece nel 1985 (due anni dopo l'approvazione dell'aspartame in USA) con una circolare a firma del ministro della Sanità Degan. L'ordine ministeriale vietava la vendita "di edulcoranti costituiti od estratti dalla pianta aromatica stevia rebaudiana" e ordinava il sequestro "dei prodotti rinvenibili in fase di commercio".
L'Europa però è grande e andare paese per paese a far vietare una sostanza scomoda era un'impresa faticosa, perfino per un gigante come la Monsanto. Bisognava trovare un'altro metodo.
Sempre nel 1985 ebbe inizio il maggiore scandalo alimentare di tutti i tempi in Europa, quello della malattia della mucca pazza. Lo scandalo coinvolse la Commissione europea, accusata di non aver agito in tempo per fermare la nuova peste delle mucche. In seguito, tutta la Commissione fu costretta a dare le dimissioni e, per "non ripetere mai più" questa esperienza, l'Europa cominciò a emettere nuove leggi restrittivissime.
Una delle nuove leggi necessarie per impedire che uno scandalo simile si ripetesse era una legge per vietare la commercializzazione di qualsiasi alimento che non poteva già vantare una lunga tradizione di vendita in Europa. Altre leggi restrittive che seguirono erano la direttiva sugli integratori alimentari e la direttiva sull'uso delle erbe curative. L'effetto di queste leggi era di fermare qualsiasi innovazione nel campo dell'alimentazione e della salute. L'approvazione di un nuovo alimento, di un ingrediente da usare negli integratori o di un'erba salutare adesso richiedeva una serie di studi scientifici simili a quelli necessari per approvare un medicinale. Nessuna di queste leggi avrebbe mai visto la luce se non nel clima generalizzato di paura e imbarazzo che seguiva lo scandalo della mucca pazza.
Ma l'estratto di stevia, fatto in Brasile, era ancora disponibile in diversi paesi europei e stava per conquistarsi una fetta del lucrativo mercato dei dolcificanti. Dopo anni di discussioni tra industria, Commissione europea e parlamento europeo, il regolamento sugli alimenti 'nuovi' fu approvato nel mese di gennaio 1997. Poco dopo, la questione della stevia come dolcificante in alternativa allo zucchero fu nuovamente sollevata. La Specchiasol di Verona si rivolse al comitato scientifico per gli alimenti, l'organismo che valutava la sicurezza degli alimenti. Dopo due anni di delibere, nella sua opinione del 17 giugno 1999, il comitato segnalava ancora "dubbi sulla sicurezza" dell'estratto di stevia e si diceva "insoddisfatto della documentazione" fornita. La Commissione europea ha quindi vietato, nel febbraio 2000, la vendita della stevia.
Così la stevia continuava a non essere accettabile come dolcificante in Europa, mentre l'aspartame portava guadagni miliardari alle multinazionali e danni ingenti alla salute degli utilizzatori. Il regolamento sugli alimenti 'nuovi' non consente l'uso di una sostanza se non dopo documentazione medica e tossicologica, consistente di studi clinici e di laboratorio dai costi praticamente inaccessibili che solamente le multinazionali della chimica e del farmaco se lo possono permettere.
Passano alcuni anni e l'aspartame comincia a perdere colpi. La campagna a livello dei consumatori che mette in evidenza la dannosità del dolcificante chimico ha i suoi effetti. La gente comincia a storcere il naso quando sente parlare di aspartame e comincia a evitare le bevande "light". Le vendite delle bevande gassate soffrono. Alcune fabbriche che producono aspartame in Europa chiudono. La Merisant di Chicago, erede della Monsanto che vende l'aspartame sotto il nome "Equal" in tutto il mondo va in bancarotta, schiacciata dai debiti.
E le bevande "light"? Nessun problema, dicono alla Coca Cola Company: abbiamo fatto studi su un estratto di stevia. Il marchio commerciale si chiama Truvia e il nuovo dolcificante è stato sviluppato dalla Coca Cola con l'aiuto del Cargill, multinazionale del grano e degli alimenti industriali e dei farmaci. Anche la Pepsi ha preparato il suo estratto di stevia. Si chiama PureVia ed è simile a quello della Coca Cola. Il business continua. Così in futuro potremo trovare la nostra bevanda light senza aspartame, dolcificata con la stevia.

Sarà solo questione di tempo affinché anche le autorità "scientifiche" europee si renderanno conto che la stevia non era così pericolosa e che era solo un equivoco. O potrebbe essere stata tutta una strategia progettata a tavolino?
(fonte: laleva.org; immagini dal web)

martedì 3 novembre 2009

SPRECHI ALIMENTARI: UNO SCANDALO! di Andrea Segrè



La contabilità, o più precisamente il triste censimento degli affamati, ci dice che quest’anno sono cresciuti di 105 milioni. Per la prima volta nella storia dell’umanità, le persone in condizioni di sottonutrizione hanno superato il miliardo: per la precisione sono 1 miliardo e 20 milioni.
Fame e sazietà, scarsità e abbondanza si incrociano, talvolta pericolosamente. Dove c’è denutrizione c’è abbondanza, dove c’è scarsità troviamo obesità. Determinando conseguenze altrettanto devastanti dal punto di vista economico, sanitario e anche sociale. Dappertutto si mangia male, che sia troppo o troppo poco. Mentre il cibo che si produce, si trasforma, si commercia, si distribuisce, e poi si consuma sempre seguendo lo stesso “modello” e soprattutto si spreca lungo tutta la filiera, corta o lunga che sia. Ma cosa sta succedendo? Tutti pensano: i “magri” sono perlopiù concentrati nei paesi poveri mentre i “grassi” esplodono in quelli ricchi. Non è così invece. Ad esempio l’Africa è oggi colpita da entrambe le patologie. L’obesità ha raggiunto livelli elevatissimi anche in questo continente, ma non tutti ne hanno coscienza. Un numero significativo di africani ha lasciato le aree rurali per recarsi in quelle urbane, dove consuma molto cibo ma di scarsa qualità. Per questo motivo il sovrappeso è divenuto un problema non meno preoccupante della carenza di cibo. Sia la denutrizione che la sua condizione opposta sono causa della povertà e dell’insicurezza alimentare, che colpiscono una larga porzione di popolazione urbana, la quale non è in grado di accedere ad alimenti freschi e nutrienti. In alcuni Stati del Nord e del Sud dell’Africa, le persone in sovrappeso hanno superato di numero quelle denutrite, ma in queste aree non vi è alcuna consapevolezza dei problemi che tale condizione comporta. Anzi, qui l’obesità non è vista come un problema ma come uno status invidiabile, simboleggiante un buon tenore di vita. Seppure in proporzioni diverse questo trend è simile anche nei paesi sviluppati, Italia compresa. Secondo un recente studio dell'Istituto Superiore di Sanità, gli obesi nel nostro Paese sono in preoccupante aumento. Le persone in sovrappeso in Italia sono oltre due uomini su tre (67% ) e più della metà delle donne (55%) mentre assai più significativo è il dilagare del problema nei più giovani. 
Il problema è che stiamo adottando tutti, paesi ricchi e poveri, gli stessi “modelli” di produzione-consumo: omogeneizzazione generalizzata, trasporti lunghi e inquinanti, bassa qualità, elevata quantità. Se anche i cinesi vogliono consumare come gli americani il mondo, le risorse intendo, non basteranno. È solo una questione di tempo. Dobbiamo tutti ridurre i consumi in quantità ed elevare la qualità favorendo la localizzazione e dunque la sostenibilità.
Il paradosso è legato invece agli sprechi alimentari, anche questi ubiquitari: l’offerta che non raggiunge la domanda. Solo un dato, frutto del lavoro di uno studioso inglese, Tristram Stuart: nel mondo si spreca il 50% del cibo prodotto, qualcosa come 20 milioni di tonnellate di cibo ogni anno che potrebbero nutrire 7 volte il numero degli affamati. Insomma lo spreco rappresenta anche un’opportunità, almeno per qualcuno (e non sono pochi). Anche nel nostro Paese i dati sono assai rilevanti: quasi 600 euro per famiglia, il 10% della spesa alimentare finisce nella spazzatura, buona parte ancora consumabile. Per non parlare di quanto si getta via lungo tutta la filiera: dal campo al supermercato. Secondo i dati elaborati da Last Minute Market - l’iniziativa antispreco dell’Università di Bologna – se si riuscisse a mettere in rete l’intero sistema di distribuzione del nostro Paese si potrebbe recuperare tanto cibo da mettere a tavola - colazione, pranzo e cena - quasi un milione di indigenti al giorno.
Com’è possibile che, a parte qualche iniziativa, si riesca a recuperare solo una frazione infinitesimale di questo cibo? Ed ogni giorno cresce il peso dei rifiuti e la quantità di merce buttata soltanto perché ritenuta non più commerciabile: montagne di prodotti alimentari ancora consumabili vengono distrutti. Uno spreco colossale di risorse, un danno ambientale gravissimo, un sistema a lungo andare insostenibile sia dal punto di vista economico che sociale.
Eppure lo spreco, ciò che si getta via, almeno in parte, può essere utile: almeno per qualcuno. Così, allungando la vita dei beni alimentari, allunghiamo anche la vita di chi li consuma: gettare i prodotti invenduti prima della loro fine ‘naturale’ è un po’ come ucciderli, e con loro fare morire anche le persone che invece potrebbero consumarli. Pensiamoci quando celebriamo le nostre giornate dell’alimentazione, anzi della malnutrizione e dello spreco alimentare.

Andrea Segrè (www.andreasegre.it) professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata, preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna e presidente di Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna.
(fonte: ilgiornaledelcibo.it; foto: guadagnoriasparmiando.com)

venerdì 9 ottobre 2009

FAME ASSURDA CON 10% SPESA IN SPAZZATURA


 Con il 10 per cento della spesa alimentare degli italiani che finisce nella spazzatura è insopportabile che il 4,4 per cento delle famiglie residenti in Italia, per un totale di tre milioni di persone, viva sotto la soglia di poverta' alimentare. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che nel bidone finisce una quantità di cibo sufficiente a sfamare piu’ del doppio delle persone in indigenza alimentare, in riferimento alla ricerca realizzata dalla Fondazione per la Sussidarieta' insieme alle Universita' Cattolica e Milano-Bicocca.
Ad essere gettati nel bidone, per un valore di 560 euro all'anno per famiglia, ci sono sopratutto - sottolinea la Coldiretti - gli avanzi quotidiani della tavola, ma anche prodotti scaduti o andati a male come frutta, verdura, pane, pasta, latticini e gli affettati che si classificano tra i prodotti piu' a rischio. Tra i piu' spreconi ci sono i single per la necessità di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati, ma anche - precisa la Coldiretti - per uno stile di vita che li porta spesso a mangiare fuori casa.
Oltre agli sprechi pesano anche - continua la Coldiretti - le distorsioni presenti sui mercati che rendono indisponibili al consumo prodotti alimentari al giusto prezzo nonostante i crolli che si sono verificati nelle quotazioni riconosciuti in campagna. I prezzi al consumo dei prodotti alimentari - denuncia la Coldiretti - sono aumentati quattro volte il valore medio dell’inflazione mentre per gli agricoltori nell’ultimo anno si sono verificati cali del 71 per cento per le carote, del 53 per cento per le pesche, del 30 per cento per grano e latte fino al 19 per cento per l’uva, secondo le rilevazioni Ismea ad agosto.
Pochi centesimi nei campi diventano euro al consumo con il risultato che è stato quindi un aumento della forbice nel passaggio dei prodotti dal campo alla tavola durante il quale - denuncia la Coldiretti - i prezzi degli alimenti moltiplicano oggi in media cinque volte. Gli italiani spendono 205 miliardi all'anno in alimenti e bevande (141 miliardi in famiglia e 64 fuori) che rappresentano ben il 19 per cento della spesa familiare ed è quindi necessario - conclude la Coldiretti - interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole in un difficile momento di crisi economica.
(fonte: http://www.agrodns.it/agronews/web), foto: da blogsicilia