venerdì 24 aprile 2015

La missione di Padre Hermann

I PENSIERI E LE EMOZIONI DI BARBARA TESTA AL RITORNO DALLA MISSIONE IN RWANDA

Se partire è un po’ come morire, tornare allora è un po’ come rinascere. E io sono rinata, tornando a Saint Kizito. Dopo cinque anni di lontananza, ho rivisto visi e sguardi conosciuti, ho avvicinato persone nuove, riconosciuto bambini che ormai sono ragazzi. La vita qui è continuata, ci sono stati molti miglioramenti, cambiamenti, ma non sono mutati i sorrisi, la voglia di vivere di questi bambini e giovani ospitati nella missione di padre Hermann. Alcuni di loro hanno preso la propria strada, sono diventati adulti e ora vivono lontani, altri hanno deciso di rimanere lavorando nella scuola, molti sono appena arrivati. Hanno storie diverse, fatte di povertà e lutti, ma qui hanno trovato un’oasi di pace e serenità, fatta di ritmi e quotidianità, di studio e impegno costante, con la consapevolezza che solo con la determinazione si riusciranno ad ottenere buoni risultati. Una parola mi ha accompagnata in questa avventura, la sesta per me, ed è stata “fiducia”.
Ho sempre avuto fiducia in queste persone, nelle loro potenzialità. E oggi ne ho più che mai. La scuola superiore vicino alla missione è diventata, in sei anni, la migliore del Rwanda. Sforna studenti modello che vengono accolti molto bene nell’università di Kigali, la capitale. Ho fiducia e credo nelle potenzialità di tutti coloro che ho incontrato. Penso che con il giusto aiuto, creando una strada che possano percorrere, questi ragazzi potranno avere un futuro migliore, e potranno a loro volta aiutare altre persone. Come le maglie di una catena, che si intrecciano e diventano più forti insieme, anche loro, i ragazzi di Saint Kizito, potranno diventare forti unendosi. Ma la fiducia ce l’ho anche nei confronti delle persone che vivono fuori dalla missione. Anche loro stanno “crescendo”, stanno diventando sempre più autonomi. Più biciclette in giro, più capre, più mucche, vogliono dire che piano piano le persone hanno più soldi da parte per vivere. Hanno ancora bisogno di un aiuto, certo, che però non deve essere semplicemente “assistenziale”, non deve cioè dare un sostegno fine a se stesso. L’aiuto deve permettere a queste persone di diventare indipendenti.
E poi ho fiducia nelle persone che aiutano dall’Italia. Con il loro incoraggiamento, con la loro vicinanza, la nostra associazione riuscirà a fare tanto, con la consapevolezza che il mare sia fatto di tante piccole gocce. Dal Rwanda sono tornata rinvigorita, come mi succede sempre. Cercherò di trasmettere la positività che mi porto dentro, a più persone possibili. Perché la fiducia e la speranza di un domani migliore non deve abbandonarci mai.


Barbara

EXPO, TEMATICHE: La sfida è tenere insieme piacere e sussistenza

UN BELL'ARTICOLO DI SCURATI su La Stampa.

http://www.lastampa.it/2015/03/26/societa/expo2015/le-frontiere-del-cibo/un-miliardo-di-obesi-tre-di-denutriti-la-sfida-tenere-insieme-piacere-e-sussistenza-YBppWeRdlJFIVJleinSpbJ/pagina.html

«Trasel no!». Messo di fronte ai volti antichi di questi contadini africani, mi ritorna in mente mia nonna.  
“Trasel no!” (“Non lo sprecare!). Così ci ammoniva mia nonna Angela ogni volta che ci vedeva mangiare un boccone di companatico senza pane. Angela Recalcati, poi maritata in Scurati, era nata a Bresso, un borgo rurale a Nord di Milano, in una famiglia di contadini a mezzadria, di quelli che cedevano metà del raccolto al padrone. Era nata con il secolo, il 21 aprile del 1900, in un paese povero: l’Italia. 
Molti anni dopo, in una Italia divenuta oramai “potenza industriale mondiale”, se riceveva le visite dei nipoti, Angela Recalcati faceva regolarmente la spola tra la casa e il giardino. Lì, piantato nella terra, aveva tutto l’occorrente per preparare il suo minestrone, dai fagioli, alle patate, agli aromi. Disseppelliva gli ortaggi uno a uno, nelle quantità dovute, e li metteva sul fuoco in tegami di rame o d’alluminio che rimontavano al primo Novecento. Il sapore era indimenticabile, anche per dei bambini che di norma odiano il minestrone.  
L’orto, anche a più di trent’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, era ancora e sempre un orto di guerra. Non una sola pianta ornamentale allignava nel giardino della villetta dei miei nonni, niente che non desse frutti commestibili.  
A volte, per offrirci una leccornia, la nonna pelava le patate, le tagliava a dadini e ce le friggeva. Le friggeva nel burro, del tutto ignara di qualsiasi preoccupazione dietetica o salutistica. Per quelle come lei, che avevano trascorso la gran parte della vita in Italia quando l’Italia era un paese miserabile, il rapporto con il cibo oscillava tra i due poli estremi della pura sussistenza e del puro piacere. Ed era per questo motivo che, se ti vedeva ingoiare un boccone di qualsiasi pietanza non accompagnata da un morso di pane, la nonna ti ammoniva pietosa: “Trasel no!” (“Non lo sprecare!”). D’altra parte, però, per nonna Angela il massimo del godimento su questa terra era una fetta di gorgonzola. Anche quando, vecchia e malata, venne a vivere a casa nostra, nulla poteva impedirle di resistere al richiamo di quel formaggio verminoso.  
Una volta mia madre la pescò a notte fonda, già ultraottantenne, con la testa infilata nel frigo. Alla inevitabile reprimenda – i vecchi attirano i rimproveri, in questo soprattutto sono simili ai bambini – la nonna oppose una replica memorabile come una massima latina: “Nunc andem, el zola resta” (“Noi andiamo, il gorgonzola rimane”).  
Chissà che il nostro passato remoto e recente – vale a dire quel tempo prossimo eppure lontanissimo in cui vissero i nostri nonni – non possa guidarci verso il futuro del cibo. Dalle nostre parti non si parla d’altro, oramai, che di cibo – o di “food”, se preferite, come dicono le persone veramente “cool” – eppure a volte sembriamo piuttosto smarriti a riguardo. Si ha l’impressione che l’enorme mole di discorso sociale sul “food”, sviluppata dai paesi a capitalismo maturo, di cui il culto idolatrico degli chef è solo l’acuto stonato, sia più un de profundis che non una preghiera esaudita. Noi che, grazie a Dio, non abbiamo mai saputo cosa sia la fame, incantati dal cibo, non riusciamo più a tenere insieme piacere e sussistenza. Per mia nonna Angela, e per generazioni di donne e uomini prima di lei, l’esperienza del cibo si è consumata nell’oscillazione tra questi due poli. Ma per noi, oggi, i poli si sono scissi. Un po’ quel che è accaduto per il sesso e la riproduzione. I piaceri delle nostre tavole abbondanti ignorano la questione della sussistenza che attanaglia miliardi di persone. D’altro canto, l’ipersofisticazione dei nostri riti culinari ci spinge verso una cessione di quella sovranità gaudente che la nonna esercitava azzannando la mattonella di gorgonzola. E, dunque, eccoci qui sempre a parlare ossessivamente di cibo come chi cerchi e non trovi il bandolo della matassa. 
In tutta l’Europa occidentale, proprio al principio del nuovo millennio, la filosofia, la letteratura e la politica hanno ceduto il proprio posto alla gastronomia. Un decennio dopo, ovunque ci si volti, si trova qualcuno che affetta un salame proclamando: “Io faccio cultura!”.  
Solo pochi anni or sono sarebbe apparso impossibile che fra Platone e l’uovo in camicia, anche se tartufato, fosse il secondo ad assumere la leadership culturale. Eppure è andata così. Il supremo piacere del pensiero si è genuflesso davanti al flan di cardi e il piacere sensoriale si è cerebralizzato in speculazioni infinite.  
La musica non cambia nemmeno adesso che ci siamo scoperti più poveri dei nostri padri. Oltre le vetrine dei nostri ristoranti, il popolo continua a ingozzarsi di cibo spazzatura e a sognare il tonno di coniglio invece della rivoluzione. 
Nel nostro vecchio mondo satollo la capacità di produrre proteine ha superato quella di generare persone. Ci siamo ripetuti a lungo la leggenda dell’espansione infinita, dei mille anni di sazietà universale, della vita che doveva essere meravigliosa.  
Una porzione di carne da 100 grammi economica quanto una pagnotta o una bibita in lattina. L’uomo europeo arrivato a consumare un quarto di chilo di polpa al giorno, il 90% dei cereali d’America ingeriti sotto forma di carne o latticini, 45 chili di pastone di frumento per produrre un singolo chilo di carne. E l’Africa aveva fame, l’India aveva fame, la Cina aveva fame. Occorreva un altro miliardo di tonnellate di granaglie da mangime. Poi ancora uno. E uno ancora. Un mare di fertilizzanti azotati, l’erosione dei suoli, il crollo della resa per ettaro. La gigantesca inefficienza dei bovini da macello. Un miliardo di obesi e tre di denutriti. Era un mondo che non poteva durare. 
Finalmente sembriamo averlo capito. Tenere insieme piacere e sussistenza. Ecco la sfida per il nuovo millennio. 

martedì 21 aprile 2015

ART & FOOD: Mostra alla Triennale di Milano

La multiforme relazione fra le arti e il cibo sarà ripercorsa e 
analizzata nel Padiglione Arts & Foods l’unica Area tematica
 di Expo Milano 2015 realizzata in città ospitata al Palazzo 
della Triennale dal 9 Aprile fino al 1 Novembre 2015. 











Allestita negli spazi interni ed esterni della Triennale – 7.000 metri quadrati circa tra  edificio e giardino – Arts & Foods metterà a fuoco la pluralità di linguaggi visuali e plastici, oggettuali e ambientali che dal

 1851, anno della  prima Expo a Londra, fino ad oggi hanno
 ruotato intorno al cibo, alla nutrizione e al convivio.
 Una panoramica mondiale
 sugli intrecci estetici e progettuali che hanno riguardato i riti
 del nutrirsi e una mostra internazionale che farà ricorso a 
differenti media così da offrire un attraversamento 
temporale, dallo storico al contemporaneo, di tutti i livelli di 
espressività, creatività e comunicazione espressi in tutte le 
aree culturali.
Con una prospettiva stratificata e plurisensoriale  Arts & 
Foods, a cura di Germano Celant e con l’allestimento dello 
Studio Italo Rota, cercherà di documentare gli sviluppi e le
 soluzioni adottate per relazionarsi al cibo, dagli strumenti di
 cucina alla tavola imbandita e al picnic, dalle articolazioni 
pubbliche di bar e ristoranti ai mutamenti avvenuti in 
rapporto al viaggio per strada, in aereo e nello spazio, dalla 
progettazione e presentazione di edifici dedicati ai suoi 
rituali e alla sua produzione. Il tutto apparirà intrecciato alle 
testimonianze di artisti, scrittori, film makers, grafici, 
musicisti, fotografi, architetti e designers che, 
dall’Impressionismo e dal Divisionismo alle Avanguardie 
storiche, dalla Pop Art alle ricerche più attuali, hanno 
contribuito allo sviluppo della visione e del consumo del cibo.

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domenica 12 aprile 2015

ANCHE GLI CHEF HANNO UN'ANIMA


Ho avuto la fortuna di conoscerne uno non solo "normale", ma anzi molto simpatico. Io l'ho definito una persona e non un personaggio. Eppure è un personaggio pubblico molto noto e seguitissimo: Sergio Maria Teutonico. Succede che l'associazione Ratatuja di Albenga (Sv) lo ha invitato per una performance pubblica. Ha preparato due ricette (risotto con zucca trombetta e asparago violetto; pomodoro cuore di bue ripieno con carciofi) usando i prodotti tipici della nostra Piana ortofrutticola. Io, dovendo condurre il pomeriggio articolato anche con una gara di torta pasqualina, ho avuto modo di stare un pò con lui. Ovviamente la prima foto è una finta! Così come da casa -infatti- a volte vorrei essere io a pugnalare certi chef che vedo in tv che mi stanno antipatici (il primo era stato Vissani, poi altri invidiosi del suo comportamento hanno peggiorato ancora la cosa ultimamente) invece con lui non sarebbe proponibile. E non solo per la differenza di corporatura per cui perderei 30 pugnalate a 0. Ma lui dice che dietro comportamenti bizzarri c'è della grande professionalità. Si, si, ma ho già avvertito quelli dell'Associazione che se invitano quello che dice "tu mi diludi" io quel giorno sono malata. E' stato un bel pomeriggio, durante il quale anche il nostro Sindaco si è esibito nella replica del risotto poco prima preparato dallo chef. A tale proposito c'è un video ma sarà meglio che non ve lo faccia vedere, ahahah. Vi metto solo qualche foto. Di Teutonico intanto saprete già tutto, se vi mancano le ultime sulla sua rutilante e frenetica attività seguitelo - oltre che su Alice - anche:
http://www.lapalestradelcibo.com/
https://www.facebook.com/pages/Sergio-Maria-Teutonico/33280899969?fref=ts

locandina dell'evento

vicepresidente e segretario dell'associazione, nonchè sguatteri al servizio del protagonista

il pomodoro farcito con carciofi di Albenga e altre buone cose

il risotto mantecato con le lamelle di trombetta e asparago e altre buone cose

con Patrizia e Lorella dopo la "gara" di emulazione dello chef

premiazione della miglior torta pasqualina

panoramica della postazione, con segretario e Presidente di Ratatuja

vabbè, alla fine l'ho scampata!