mercoledì 28 dicembre 2011

Risotto alla melagrana

Impostare il risotto come sempre, facendo appassire la cipolla (io uso lo scalogno o quella bianca) nell'olio extravergine d'oliva e poi tostare il riso, quello adatto ai risotti che tenga bene la cottura. Si sfuma col vino bianco, in questo caso anche uno spumante secco sarebbe ideale. Sempre mescolando perchè non attacchi si aggiunge poi il succo di almeno una melagrana, che è stata spremuta con lo spremiagrumi come fosse un'arancia. Si continua la cottura come al solito, ovvero con brodo vegetale e non di carne. Quando il riso è cotto si spegne il fuoco e si può aggiungere una noce di burro e lasciar riposare pochissimi minuti coperto, in modo che si mantechi ma non si raffreddi. Poco prima di servire si aggiungono i chicchi di una seconda melagrana, che si era sgranata in precedenza perchè è lavoro delicato e i chicchi devono essere ripuliti della parte bianca che eventualmente resta attaccata ad essi. In questo modo i chicchi restano del colore più simile a quello originario e non diventano grigi e molli.
(foto da: nanopress.it)

martedì 27 dicembre 2011

La magia dei chicchi

Quest'anno più che mai dovremmo fare come nel Medioevo: mangiare tanti chicchi a Capodanno, sperando portino soldi e benessere. Ma perchè i chicchi? Immaginate di vivere in un mondo regolato dalle stagioni e dalla natura, come appunto succedeva in secoli in cui non esisteva la tecnologia della conservazione e della produzione e neppure i mezzi di trasporto veloci che ci sono oggi. Si poteva far affidamento solo sui prodotti locali e poco più. Solamente i ricchi (ed erano numericamente pochi) potevano permettersi certi prodotti e pure quelli provenienti da lontano. Dai chicchi nascono le piante. Quindi possedere dei chicchi in questo periodo significava: essere stato un buon contadino e averne prodotto a sufficienza da vendere e mangiarne durante l'inverno; e averne da seminare per il prossimo raccolto, in primavera o estate a seconda del prodotto. Insomma era garanzia di prosperità e 
 cibo per la famiglia. Ecco perchè per tradizione i chicchi portano bene. Allora per questo Capodanno prepariamoci un menù tutto a base di chicchi!

Una insalata in cui metteremo anche il mais 
Il formaggio con le noci
Il lardo a fettine sottili servito con le nocciole sminuzzate sopra
Il risotto col melograno (due volte chicchi!)
Lenticchie, ma anche fagioli o ceci o piselli
L'arrosto di maiale con l'uva
L'aspic ai frutti di bosco
Un dolce con l'uvetta e i pinoli

lunedì 26 dicembre 2011

Quiche di insalata belga e formaggio

Stendere della pasta sfoglia nella pirofila, punzecchiarla con la forchetta, spargervi sopra dell'insalata indivia belga tagliata non troppo sottilmente (ma se vi avanza la rossa di Treviso, va bene). Mettere sopra degli avanzi di formaggio, ideale il brie ma anche il fontal o l'asiago, la mozzarella o l'emmenthal. Sbattere leggermente 4 o 5 uova, salarle, aggiungere un goccio di latte per diluire ed erbette aromatiche a piacere; ideale l'erba cipollina e il prezzemolo. Chiudere la sfoglia in eccedenza ai lati oppure metterne una seconda per coprire tutto (in questo caso punzecchiare anche la seconda). Cuocere in forno, che sia già ben caldo e poi casomai si abbassa, per trenta minuti e servire tiepida

venerdì 23 dicembre 2011

Il galateo delle bollicine

Non si assaggia il vino, prima si servono le ospiti di maggior riguardo, poi la padrona di casa, qundi i commensali maschi, per ultimo il padrone di casa – che spesso si servirà da sé. Si versa in due tempi, per lasciare che la schiuma si adagi e non fuoriesca dal bicchiere. Si riempie fino ai 2/3 del calice e si porge, tenendolo per lo stelo – o ssia dove andrà afferrato con grazia, mai sulla base o attorno al bicchiere.
Il galateo delle bollicine è tutto su:
http://www.vanityfair.it/vanityfood/ricevere/galateo/galateo-dello-champagne

(foto da: freeforumzone.leonardo.it)

giovedì 22 dicembre 2011

Menù verde per Natale

Un cenone di Natale ''sostenibile'' per le tasche, per gli animali e per l’ambiente: e' quello che propone la LAV (Lega Anti Vivisezione) in collaborazione con lo chef Giuseppe Capano, esperto in cucina naturale.
Questo menu vegetariano, assicura l'associazione ambientalista, può essere portato in tavola al costo di circa 50 euro (costo totale per 4 persone) mentre anche il più semplice a base di carne o pesce raggiunge facilmente i 100 euro. “Un menu ‘verde’ per non restare al verde a causa del cenone di Natale - dichiara Paola Segurini, responsabile vegetarismo LAV - Un invito pensare ai nostri pranzi e alle nostre cene in modo davvero responsabile, senza lasciarci condizionare da quegli eccessi culinari che proprio durante le festività spesso subiscono rincari vertiginosi. Una scelta a tutto beneficio della nostra salute e degli animali che avremo contribuito a non uccidere”.
Continua a leggere su:
http://www.ansa.it/web/notizie/specializzati/energiaeambiente/2011/12/21/visualizza_new.html_16616118.html

sabato 17 dicembre 2011

Pranzo di Natale con due capponi

Vi propongo un articolo di Bressanini, di due anni fa, che ben si adatta all'attuale contingenza economica. In esso si propongono dei menù natalizi di altri tempi, pubblicati dalla Cucina Italiana, nei quali si vede come l'evoluzione economica vada di pari passo con il cambiamento del rapporto con l'abbondanza di cibo.

Le riviste di cucina sono solite, nel mese di dicembre, pubblicare dei menù natalizi. Nel 1934 la rivista La Cucina Italiana indisse un concorso per le lettrici chiedendo di stilare un menù natalizio per sei persone avendo a disposizione due capponi e 12 lire. Un Natale un po’ in economia quindi, e le cose sarebbero peggiorate l’anno successivo con l’imposizione delle sanzioni all’Italia e l’arrivo dell’autarchia (la rivista negli anni successivi pubblicherà di conseguenza delle ricette adatte ai tempi di ristrettezze, come i “biscotti sanzionisti”).
I menù proposti sono interessanti anche perché riportano il costo degli ingredienti.
Ecco il primo dei tre menù vincitori del concorso (come premio: un panettone e un astuccio da lavoro), in cui il cappone viene sfruttato sia per fare il brodo che come ingrediente principale delle pietanze:
Antipasto: capponi in maionese, guarniti
Minestra: tagliatelle con fegatini
Intermezzo di carne: tournados di cappone
Intermezzo di verdure: sedano dello sciatore
Arrosto: cappone arrosto con cavolfiore o polenta fritta
Frutta: arance deliziose

Continua a leggere su:

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/12/11/un-pranzo-di-natale-per-sei-persone-con-due-capponi-e-12-lire/

(immagine Babbo Natale da ecoseven.com)

giovedì 15 dicembre 2011

Maccheroni di Natale

Assomigliano agli ziti napoletani, ma sono più larghi; sono lunghi e tagliati di sbieco alle estremità. Vengono cotti interi, senza spezzarli, e serviti nel brodo di cappone ed accompagnati da pezzetti di salsiccia, che sono un portafortuna in quanto rappresentano le “palanche”, ovvero i soldi. Questi speciali maccheroni vengono prodotti in Liguria soltanto in occasione del periodo natalizio e hanno una lavorazione particolare. La tradizione li vuole a tavola il giorno di Natale. I ravioli erano un tempo invece per il giorno di Santo Stefano, volendo usare gli avanzi di carne.
Questa la ricetta originale tratta dalla Cuciniera Genovese dei Ratto (edizione del 1870)
Fate cuocere lentamente in pentola con acqua e sale un bel pezzo di manzo e un cappone con carota, sedano e una cipolla abbrustolita nel fuoco. Quando le carni sono cotte levatele e schiumate il brodo, poi colatelo e cuocetevi i maccheroni, ai quali si può aggiungere della salsiccia in pezzetti. Oltre alla salsiccia si possono aggiungere le zucche secche, già precedentemente fatte rinvenire in acqua  calda e le trippe già preparate, ottenendo così i tradizionali maccheroni di Natale.

(foto del piatto finito da: http://fornelliselvaggi.blogspot.com )


sabato 10 dicembre 2011

Un hamburger finto a 250.000 euro

Questo il costo della prima carne artificiale prodotta in vitro da un laboratorio olandese. Sarebbe la risposta alla richiesta sempre crescente di evitare di mangiare carne dopo aver fatto soffrire e ucciso animali. "L’idea del team di scienziati olandesi guidato dal professore Mark Post, si basa sulla moltiplicazione di migliaia di cellule staminali per la formazione di tessuto muscolare, creando così la carne senza però dover usufruire degli allevamenti nè tantomeno dover mandare degli animali al macello." In pratica: "Questa speciale carne viene prodotta con le cellule staminali dei suini, alimentate da un siero proveniente dai feti dei cavalli. Da qui si formano le strisce di muscoli che in seguito vengono attaccate l’una all’altra con il velcro, per ottenere qualcosa che sia più simile alla carne, anche se di colore più pallido per l’assenza di sangue e mioglobina. Ancora non si sa, infatti, se il sapore sia come quello della carne vera, ma si sta lavorando ancora al progetto nel tentativo di perfezionarlo, anche dal punto di vista del colore stesso."
Tutto l'articolo su:
http://www.mondoecoblog.com/2011/12/02/carne-artificiale-arriva-primo-hamburger-prodotto-labor/

giovedì 8 dicembre 2011

Corzetti genovesi al pomodoro


Per corzetto o croxetto si intende una pasta prodotta sia nel genovesato che nella zona di Carloforte in Sardegna. Possono essere dischetti un pò concavi, simili ad un'orecchietta pugliese, oppure dischi più grandi e con un disegno impresso da uno stampo. Le origini dei corzetti stampati sembrano risalire al Rinascimento, quando i nobili personalizzavano la pasta con lo stemma della propria famiglia. Si trovano in un ricettario astigiano del 1600, nel quale si consiglia di siglare la pasta con una moneta da un soldo, ma l'origine sarebbe Provenzale. Da quella zona si sarebbero diffusi in particolare nel genovesato e persino a Napoli. Infatti se ne fa cenno nel "liber de Coquina" scritto nel 1300 da un anonimo presso la corte Angioina (Carlo I d'Angiò aveva sposato Beatrice di Provenza). Ancora nell'800 nel Delfinato francese erano usati come piatto natalizio. 
Nel Levante Ligure, con la parola corzetto s’intende sia lo stampo di legno che la pasta così incisa.
Gli stampi sono composti da due parti: una è un cilindro con una parte dai bordi taglienti e serve per tranciare i dischi di pasta, l’altra ha la forma di timbro. Il legno utilizzato per la costruzione degli stampi è di essenze particolari (melo, pero, acero, faggio), per evitare che il tannino o le resine, presenti in altri legnami, trasmettano alla pasta un gusto sgradevole.
Oggi i corzetti si trovano confezionati come pasta secca anche nei supermercati, nell'angolo delle tipicità regionali.
Necessitano di cottura più lunga di altre paste ma conditi col sugo di carne o di funghi ma anche senplicemente con un sugo di pomodoro (insaporito da un abbondante soffritto di cipolla e due foglie di alloro) sono buonissimi.
(foto dello stampo da: coquinaria.it; foto del piatto pronto dell'autrice)

martedì 29 novembre 2011

Arrosto di maiale all'arancia

Ingredienti: un pezzo di lonza o altro adatto, consigliato dal macellaio di fiducia, una o due arance bionde del tipo non troppo dolce, aromi, scalogno, olio extravergine.
Esecuzione: spremete le arance (la quantità dipende dalla grandezza del pezzo di carne) dopo averne tagliato via la parte superficiale della buccia, evitando la parte bianca che è un pò amara, facendone striscette. Mettere il succo in una ciotola alta e stretta insieme ad un mazzetto di sapori oppure tritati (rosmarino, salvia, erba cipollina, poco alloro) ed immergervi a marinare la carne per almeno un'ora, girandola se necessario perchè insaporisca da ogni lato. Scaldare in un tegame di coccio dell'olio e poi farvi rosolare la carne da ambo le parti; solo a questo punto mettere lo scalogno tritato o a fettine (oppure una cipolla non troppo forte) e le striscie di buccia d'arancia. Quando la cipolla è morbida bagnare con vino bianco e dopo poco aggiungere il succo della marinatura (non necessariamente tutto). Cuocere con il coperchio per almeno un'ora, rigirando ogni tanto. A metà cottura insaporire con sale o dado vegetale e se necessario (se la marinatura non fosse bastata) aggiungere acqua perchè non asciughi troppo.

Quando l'arrosto è pronto tagliarlo a fette e servirlo col sughetto, che eventualmente si può far ulteriormente restringere, e delle fette di arancia fresca appena scaldate nel sugo.

domenica 2 ottobre 2011

NOI PUFFI MANGIAM COSI'...

Riporto la ricetta dal sito de La Cucina Italiana.

Da Dolce, pasticceria di Roma in via Savoia, abbiamo scoperto questa puffosissima ricetta per Muffin blu…con tanto di berretto bianco!
Ingredienti:
Per i muffin: Farina 180 gr, Burro (morbido) 180 gr, Zucchero 200 gr, Latte 125 gr, Uova 3, Lievito ½ bustina, Vaniglia 1 cucchiaino, Bicarbonato 1 pizzico, Sale 1 pizzico.
Per la buttercream: Burro (morbido) 110gr, Zucchero a velo 350 gr, Latte 75 gr,Vaniglia ½ cucchiaino, Colorante alimentare gelatinoso o liquido, Pasta di zucchero bianca per realizzare il cappellino.
Esecuzione: iniziamo sbattendo con la frusta elettrica burro e zuccheroUna volta che l’impasto è omogeneo, iniziamo ad aggiungere le uova alternate con un cucchiaio di tutte le polveri rimaste (farina, lievito, bicarbonato e un pizzico di sale). Quando le tre uova sono terminate finiamo di versare il mix di polveri.

Sempre continuando a mixare con la frusta, aggiungiamo all’impasto la scorza di limone, un cucchiaino di vaniglia e il latte.
A questo punto l’impasto è pronto e non rimane che riempire con una sac à poche gli stampini per muffin ed infornare tutto a 180° per 20 minuti.
Mentre i nostri muffin si cuociono, possiamo preparare la buttercream. Basta mischiare in una ciotola burro e zucchero a velo e continuare a sbattere con la frusta elettrica aggiungendo la vaniglia ed il latte.
Quando abbiamo ottenuto un impasto cremoso, possiamo aggiungere il colorante alimentare, gelatinoso o liquido, finché non raggiungiamo la giusta gradazione di “blu puffo”. A questo punto, sempre con la sac à poche, decoriamo i muffin con la buttercream.
Per realizzare il berretto bianco e gli occhietti del puffo, ci servirà della pasta di zucchero bianca (o colorata con il colorante alimentare per fare le pupille). Con le mani possiamo modellare una pallina e poi lavorarla con i polpastrelli fino ad ottenere una forma simile a quella dei cappellini dei puffi.
Per gli occhi, basterà ritagliare la giusta forma dopo aver spianato la pasta di zucchero. Adesso possiamo appoggiare il berretto e gli occhi sulla buttercream…et voilà, il nostro muffin è pronto!

 

domenica 25 settembre 2011

FUNGHI CHE PASSIONE E CHE ATTENZIONE!

Possono essere deliziosi o pericolosi. Ogni anno il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico compie numerosi interventi di soccorso in aiuto dei cercatori di funghi. Ecco allora prendere corpo un progetto di prevenzione messo a punto dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - CNSAS Lombardia - da tempo impegnato in un programma rivolto ad evitare gli incidenti in montagna e in ambiente ostile. L'obiettivo di queste iniziative è far diminuire, in modo sempre più significativo, gli incidenti.
«Sostenere che l'andare a cercar funghi può essere pericoloso - si legge nell'opuscolo - è un discorso inusuale che può creare qualche perplessità. Purtroppo la perplessità passa in fretta quando si lascia ai numeri il compito di delineare ciò che accade in realtà. In Italia si registrano mediamente ogni anno, un centinaio di interventi rivolti a cercatori di funghi; di questi, una ventina circa, perdono la vita».

Proposto dal Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo, l'opuscolo è rivolto alla sicurezza di quanti si dedicano ad andar per boschi alla ricerca dei funghi. Prima di partire, anche se ci riteniamo degli esperti, una lettura dei suggerimenti può evitarci di correre rischi inutili.
http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/151326_cercatori_di_funghi_troppi_morti_dal_cai_una_guida_alla_sicurezza/

 Ecco alcuni consigli diffusi dalla Asl 11, che come molte altre sono a disposizione per la prevenzione dei danni da consumo improvvisato di funghi non conosciuti:

1. I funghi riconosciuti commestibili devono essere conservati in contenitori rigidi ed aerati e in luogo fresco.
2. Non devono essere utilizzati per il consumo: gli esemplari troppo vecchi, intrisi di acqua per la pioggia o congelati per la bassa temperatura; i funghi in cui è evidente la presenza di larve, parassiti o segni di alterazione; i gambi che si presentano particolarmente tenaci e fibrosi.
3. Il consumo e le operazioni di conservazione devono avvenire nel più breve tempo possibile. Se non vengono cotti lo stesso giorno della raccolta è consigliabile pulirli senza lavarli e riporli in frigo con gambo rivolto verso l’alto. Il tempo di conservazione deve essere breve.
4. I funghi devono essere lavati interi, in acqua fredda ed asciugati prima di essere affettati e cucinati.
5. Tutti i funghi freschi, tranne rarissimi casi, devono essere consumati previa adeguata cottura.
6. Consumare crude le pochissime specie consigliabili ed in piccole quantità solo se perfettamente conservate, freschissime e giovani.
7. Talune specie prima di essere cotte hanno bisogno di una prebollitura. L’acqua della bollitura deve essere gettata.
8. I funghi vanno utilizzati in piccole quantità.
9. Si sconsiglia di consumare funghi alle donne in gravidanza o in allattamento, ai bambini (per la difficile digeribilità), agli anziani debilitati, alle persone con particolari intolleranze o disturbi gastrointestinali, epatici e renali.
10. Consumare funghi in quantità ragionevoli senza eccedere nell’uso di grassi per condimento
http://www.prontoconsumatore.it/index.php/notizie-ed-approfondimenti/1/31739-raccolta-funghi-in-sicurezza-dalla-asl11-uno-sportello-gratuito-e-tanti-consigli.html

Immissione in commercio

L'immissione in commercio dei funghi epigei (di superfice) spontanei è soggetta a condizioni diverse a seconda se si tratti di funghi freschi, secchi e altrimenti conservati (congelati, surgelati, preparati sott'olio, sott'aceto, in salamoia) ed è descritta dal DPR 376/1995.
In generale per l'esercizio dell'attività di vendita, lavorazione, conservazione e confezionamento dei funghi è richiesta l'autorizzazione sanitaria prevista dalle norme generali vigenti.
Funghi freschi
Le specie fungine fresche spontanee e coltivate che possono essere messe in commercio sul territorio nazionale sono quelle riportate in una lista positiva, (art. 4 DPR 376/95, Ordinanza ministeriale 3 aprile 2002 e Ordinanza ministeriale 20 agosto 2002).
Le Regioni e Province autonome possono integrare la lista con altre specie commestibili riconosciute idonee alla commercializzazione in ambito locale, che vengono riportate in specifici elenchi.
E' consentita la commercializzazione di altre specie di funghi provenienti da altri Paesi, purché riconosciute commestibili dalla competente autorità del Paese di origine.
La vendita dei funghi freschi spontanei è soggetta, inoltre, ad autorizzazione comunale dell'esercente, riconosciuto idoneo alla identificazione delle specie fungine.
Il prodotto fresco in vendita deve essere obbligatoriamente sottoposto al controllo sanitario da parte dell'ispettorato micologico dell'ASL competente e quindi certificato.
Funghi secchi e conservati
Possono essere messi in commercio i funghi secchi (tasso di umidità non superiore a 12%+2% m/m) e i funghi conservati sott'olio, sott'aceto, in salamoia, congelati, surgelati o altrimenti preparati, elencati nel DPR 376/95.
A quelle previste si possono aggiungere specie importate, provenienti da altri Paesi, purché legalmente commercializzate nei Paesi di provenienza.
I funghi secchi sono venduti in confezioni chiuse, fatta eccezione per i soli funghi "porcini ", ed è obbligatoria l'osservanza da parte del confezionatore delle norme di carattere generale per l'etichettatura, nonché di quelle specifiche, previste dal DPR 376/95
http://www.salute.gov.it/sicurezzaAlimentare/paginaMenuSicurezzaAlimentare.jsp?menu=funghi&lingua=italiano
 Ed infine i tipi di funghi più diffusi su: http://www.veterinariaalimenti.marche.it/home.asp?cerca=si&categoria=228
L'atlante dei funghi su: http://www.agraria.org/funghi.htm
con consigli: http://natura.provincia.cuneo.it/funghi/
fotografati nel loro ambiente su: http://www.funghiepaesaggi.net/

domenica 18 settembre 2011

FAGIOLINI PICCANTINI

Tritare un pò di cipolla bianca e farla ammorbidire in padella nell'olio extravergine.
Aggiungere i fagiolini (cornetti) già sbollentati precedentemente in acqua salata e del peperoncino sbriciolato o tritato.
Far insaporire velocemente e poi aggiungere del pomodoro fresco oppure della polpa di pomodoro in scatola.
Aggiunstare di sale e terminare la cottura.

domenica 26 giugno 2011

Pennette al tonno

Ingredienti: pasta corta integrale, tonno sott'olio (se olio buono, altrimenti meglio al naturale), olio extravergine, pomodoro da insalata abbastanza maturo ma sodo, olive nere liguri, qualche foglia di basilico.
Esecuzione: mentre cuoce la pasta mettere in una terrina il tonno, il basilico spezzettato, il pomodoro tagliato a dadini e un pò strizzato perchè dia via l'acqua, un pò d'olio. Quando la pasta è cotta versarla nella terrina e mescolare bene, aggiungendo dell'olio se serve. Servire a temperatura ambiente.
Si possono aggiungere capperi o pinoli a gusto personale

domenica 5 giugno 2011

CIBO A BERLINO, le mie foto

Porta di Brandeburgo in cioccolato
salsicce


 olive, peperoni &C.
birra

Pasta al pesto di maggiorana

Tritare delle foglie e fiori di maggiorana freschi con una manciatina di pinoli. Meglio se lo fate con la mezzaluna a mano, anzichè nel trita aromi, perchè anche se il risultato è meno fine sarà sicuramente più saporito.
Mentre cuoce la pasta (ideali dei ravioli di verdura, ma va bene anche la pasta secca) mescolare al trito un pò di parmigiano grattugiato e olio extravergine. Condire e gustare subito.

lunedì 16 maggio 2011

LINGUINE CON LE ALICI

Pulire tre acciughe (alici) a persona, togliendo anche la lisca, e ricavandone i filetti. In una padella far aromatizzare dell'olio extravergine con due spicchi d'aglio interi e poco peperoncino tritato. Aggiungere le acciughe, un pò di origano e due foglie di basilico. Far cuocere velocemente a fuoco vivo pochissimi minuti, finchè le acciughe diventano bianche. Se si cuociono troppo perdono il loro sapore autentico. Cuocere la pasta e versarla nel sugo, rimestando bene, facendo insaporire sul fuoco un minuto ancora.

martedì 26 aprile 2011

AVANZI DI PASQUA 2- Budino di colomba

Usare preferibilmente uno stampo a ciambella, ma va bene anche il classico da charlotte o da plumcake. Scaldare il forno a 200 gradi. Riempire lo stampo con fette di colomba spesse un centimetro, senza però schiacciarle troppo. Versarvi sopra un composto di: 4 uova sbattute, mezzo litro di latte, qualche cucchiaio di zucchero. Mettere lo stampo in una teglia che contenga dell'acqua e magari un pò di scottex sul fondo, in modo che lo stampo non si muova quando l'acqua bolle. Mettere il bagnomaria in forno e cuocere a 180 gradi per almeno 30 minuti. Controllare con uno stuzzicadenti la cottura dell'uovo, potrebbe volerci anche quasi un'ora. Ma non lasciatelo troppo perchè una volta spento il forno l'uovo continua a cuocere.
(foto: dietaweb.myblog.it)

lunedì 25 aprile 2011

AVANZI DI PASQUA 1 - (la mia) Torta di pere e cioccolato

Accendere il forno a 200 gradi in modo che sia poi ben caldo. Sbucciare due pere e tagliarle a fettine o pezzetti. Ridurre a pezzetti gli avanzi di uovo di Pasqua. Separare  gli albumi e i tuorli di due uova. Montare a neve i due albumi delle uova e tenerli in frigo il tempo di impastare il resto degli ingredienti.

Mescolare 100 gr di burro ammorbidito a temperatura ambiente con 150 gr di zucchero e 2 tuorli d'uovo. Mescolare bene e aggiungere poi 150 gr di farina setacciandola con un colino, un pizzico di sale, un pò di latte se l'impasto fosse troppo asciutto, mezza bustina di lievito per dolci anch'esso setacciato col colino in modo che si sparga uniformemente. Aggiungere ora la cioccolata a pezzetti. Mescolare molto bene e infine aggiungere i tuorli montati, mescolando delicatamente dal basso all'alto. Versare il composto in una teglia imburrata e spolverata di zucchero. Mettere sull'impasto i pezzi di pera in modo uniforme. Cuocere in forno a 180 gradi per quasi un'ora.
(foto da blogdicucina.it)

domenica 17 aprile 2011

Insalata di bollito

Tagliare a pezzetti la carne di bollito che avete a disposizione, eliminando tutte le parti grasse. Creare un trito di capperi, acciughe sott'olio (sgocciolate), pochissimo prezzemolo. Diluire il trito con olio extravergine di oliva, una punta di senape e succo di limone e mescolare bene. Mescolare alla carne olive nere e pomodorini sott'olio (interi se quelli piccoli, tagliuzzati se avete i classici pomodori grandi a fette). Condire tutto con la salsetta al limone. Lasciar riposare a temperatura ambiente, mescolando ogni tanto, anche per un'ora prima di servire in modo che si insaporisca tutto bene.

mercoledì 13 aprile 2011

La denuncia shock: “Cibo surgelato radioattivo in arrivo dal Giappone tramite la camorra”

Sarebbero in arrivo nel Porto di Napoli cibi radioattivi surgelati provenienti dal Giappone e introdotti nel mercato tramite la camorra. A denunciarlo sono stati ieri Francesco Emilio Borrelli (Commissario regionale dei verdi) e il professor Vincenzo Peretti e altri docenti della Facoltà di Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli. La denuncia: .......
leggi articolo su:

http://violapost.wordpress.com/2011/04/12/la-denuncia-shock-cibo-surgelato-radioattivo-in-arrivo-dal-giappone-tramite-la-camorra/

domenica 10 aprile 2011

Mangeremo come in Giappone. Europa più severa sulla radioattività nel cibo

(articolo di Maria Ferdinanda Piva)
Adesso finalmente mangeremo come i giapponesi. Nel senso che ieri l‘Unione Europea ha deciso di accettare, per le importazioni alimentari provenienti dal Giappone, gli stessi limiti di tolleranza della radioattività che sono in vigore nel Giappone stesso da Fukushima in poi. E che sono particolarmente severi.

Personalmente non credo che l’Ue sia stata mossa dal desiderio di proteggere la nostra salute: l’ha fatto solo per armonizzare e salvaguardare il commercio internazionale. In quest’ottica, spero che il Giappone tenga duro: sennò sono guai anche per noi.
L’Unione Europea ha diffuso la notizia in un modo piuttosto contorto, senza allegare la tabella in vigore in Giappone.
L’ho scovata, ed eccola qui...(continua a leggere su: http://informarexresistere.fr/mangeremo-come-in-giappone-europa-piu-severa-sulla-radioattivita-nel-cibo-2.html)

sabato 9 aprile 2011

Tonno radioattivo?

I produttori rassicurano: "In Italia nessun pericolo". Ma solo un'azienda ha risolto il problema della tracciabilità. Stretta Ue sui livelli di radioattività ammessi....continua a leggere su Repubblica (articolo di Monica Rubino):
Pesce in scatola a rischio in Europa?

venerdì 1 aprile 2011

Il rancio dell'ottocento


Uno studio, condotto sull'alimentazione nelle campagne italiane nella prima metà del XIX secolo (800), dà un quadro impressionante delle condizioni di vita delle popolazioni rurali (prevalenti) e urbane. " Pane di granoturco, minestre nelle quali si ammanniscono le materie più scadenti come polenta, patate, castagne, legumi che costituiscono la quasi totalità del vitto dal quale è pressoché esclusa la carne se non da cortile una volta ogni tanto". A questo si aggiunge l'analfabetismo (80%), la povertà delle abitazioni e del vestiario. Al nord tra nebbie, neve e freddo la cucina di base è la minestra o zuppa di verdure e la polenta con le inevitabili conseguenze sanitarie (pellagra). La frutta è principalmente costituita da mele, pere e frutta minore, nonché da uva, che viene trasformata in vino e che, più che bevanda, è cibo. Al sud e nelle isole, il clima più mite consentirebbe una cucina a base d'olio, pomodoro e tante verdure caratteristiche (broccoli, cime etc.), pastasciutta nonché pesce e agrumi. Oggi tale cucina è più nota come " cucina mediterranea", ma all'epoca non si sapeva e si conoscevano i suoi benefici. Abbiamo infatti detto consentirebbe perché alle classi proletarie una fetta di pane e qualche oliva era già una concessione. Il rancio preunitario dell'esercito sardo aveva quindi alla base una robusta razione di pane, cui si aggiungeva un monotono susseguirsi di brodi di verdura e carni lessate, in cui si cuoceva cavolo, riso, pastine e legumi, con integrazioni di conforto come gli alcolici, in occasioni speciali, e il vino. Il resto del vino i soldati se lo andavano a bere nelle osterie. La carne da brodo lessata proveniva dalle vaccine più vecchie ed era naturalmente indigeribile. Ricordiamo che gli animali da fattoria erano allevati principalmente per il lavoro, poi per il latte e la riproduzione. Ne consegue che solo in "avanzatissima" età venivano abbattuti o cadevano da soli. La quantità giornaliera di carne, alta anche secondo gli standard odierni, non deve quindi trarre in inganno. Si trattava in genere di tagli di scarsa qualità e valore nutritivo, ovvero frattaglia.
Nel nord solo il maiale fa eccezione nella cucina popolare poichè nei mesi invernali.....(continua sul sito dei bersaglieri:http://digilander.libero.it/fiammecremisi/rancio.htm)

giovedì 31 marzo 2011

Pesce d'Aprile

Ingredienti per 4 persone: 250 g tonno, 500 g  di patate lesse, maionese, 1 cucchiaio capperi, cetriolini sott'aceto, peperoni sott'aceto, carciofini sott'olio

Preparazione: tritate il tonno, i capperi e qualche carciofino. Schiacciate al passaverdura le patate; impastate il tutto e cercate di ottenere la forma di un pesce (ideale usare uno stampo apposito, ben oleato oppure fasciato internamente con domopak, dove verserete il composto e che metterete in frigo per qualche ora). Ponete il pesce finto in un piatto da portata, ricopritelo di maionese e guarnitelo a piacere, anche con i cetriolini e i peperoni.
(foto da: cookaround.com)

sabato 19 marzo 2011

Alimentazione nel 1800

Agli inizi dell’Ottocento ci troviamo di fronte ad una eccezionale “forza delle idee”, accompagnata da un accumulo di ricchezze da parte dei paesi colonialisti mai visto prima, da uno sviluppo altrettanto impressionante delle più importanti scoperte scientifiche della intera storia dell’umanità, dal perfezionamento delle tecnologie relative alle attività agricole e zootecniche, dalla crescita di paesi emergenti come gli Stati Uniti d ‘America, dai commerci europei e poi mondiali che si sviluppano a dismisura, soprattutto intorno alla metà dell’Ottocento, grazie alla ferrovia.
Per quanto riguarda l’alimentazione, basterà immaginare i milioni di tonnellate di prodotti alimentari che si spostano ormai rapidamente per centinaia di chilometri; pensare alle scoperte di Louis Pasteur e di Nicolas Appert, che apriranno la strada dell’inscatolamento industriale di carne, verdure e minestre, oppure pensare alle nuove tecniche di refrigerazione e di congelazione.
Nel 1850 il mattatoio di Londra si trova ad Aberdeen, a 800 km dalla capitale e ogni mattina giungono in città “ montagne di ottime carni macellate il giorno prima” come riportano le cronache dell’epoca.
Inutile rievocare le terribili condizioni di vita del primo proletariato inglese, pane duro e tè…
Ma la logica della produzione industriale non può mantenere escluse a lungo le masse, le classi inferiori, dal godimento di almeno parte delle risorse alimentari. Verdure, prodotti in scatola, zucchero, cacao e infine carne vengono offerti a prezzi via via più accessibili.
Parlare di Europa è particolarmente difficile; in troppe regioni del continente le situazioni sono “arcaiche”, legate soltanto all’agricoltura ed a un poco di pastorizia; il consumo di prodotti locali è ancora l’unico presente. L’Italia moderna, la cui data di nascita è, come ben sappiamo, il 1860 ne è un clamoroso esempio.
L’Europa è di nuovo divisa in due, non per abitudini, cultura o religione, ma per ricchezza. In ogni caso si possono intravedere verso la fine dell’Ottocento alcune situazioni che risulteranno evidenti nel XX sec:.
-si allenta il vincolo tra alimenti e territorio e si amplia a dismisura l’offerta di massa di ogni genere di prodotto alimentare
-si uniformano, seppure lentamente, i modelli alimentari
-i modelli alimentari diventano urbani, non soltanto perché le grandi città crescono in maniera esponenziale, poiché la società industriale è una società a alto tasso di urbanizzazione o se preferite di concentrazione di persone e di ricchezza, ma anche perché la città propone veri e propri modelli, che seppure in continua evoluzione, valgono per tutti
Questa Storia comincia soprattutto nel Nord Europa; l’Italia viaggia con molto ritardo….La nostra rivoluzione alimentare di massa dovremmo datarla 1950!


(tratto da un articolo di: http://www.lacucinaitaliana.it/)

mercoledì 16 marzo 2011

Gnocchi TRICOLORI

Per festeggiare in modo semplice acquistate degli gnocchi ai tre colori e conditeli semplicemente con burro e formaggio, oppure olio d'oliva extravergine e pinoli.






Oppure fate, o acquistate, degli gnocchi di patate normali e conditeli con tre sughi diversi: il pesto, il burro (o l'olio) e formaggio, e il pomodoro. Serviteli insieme e Buon Compleanno Italia!

martedì 15 marzo 2011

Garibaldi e la mensa essenziale

Giuseppe Garibaldi di carattere irrequieto e avventuriero, già da giovanissimo s’imbarcò come marinaio. Appena venticinquenne fu capitano di un mercantile, e durante uno dei suoi viaggi conobbe il gruppo di esuli liguri che lo iniziarono alle idee della “Giovine Italia”. Avvicinatosi ai movimenti patriottici europei ed italiani, abbracciò gli ideali di libertà ed indipendenza cari a Mazzini. Garibaldi a ventisette anni scappò esule in America Latina, combattendo per l’indipendenza di Brasile e Uruguay. Trentacinquenne sposò la compagnia Anita a Montevideo, formando poco dopo con altri esuli, quella “Legione Italiana” che vestirà per la prima volta la leggendaria camicia rossa.
L'eroe dei due Mondi aveva abitudini alimentari semplici ed essenziali. Sopra alla sua mensa spiccavano rustiche zuppe di verdure e legumi, stoccafisso, salame, formaggio, fichi secchi, anche se non disdegnava preparazioni come le “trenette al pesto”.
Le gallette da marinaio con uva passa sembra che fossero il dessert preferito dal generale, e i “Biscotti Garibaldi”, squisite gallette con uva passa ancora oggi in vendita nei grandi negozi inglesi, sarebbero ispirati a questa sua golosità.
Il pesce cotto appena pescato, condito con il solo sapore del mare era una costante della sua tavola. Egli amava mangiarlo anche crudo, come sappiamo da un ricordo di Clelia che descrive il padre a Caprera intento a gustare scampi, ancora gocciolanti d’acqua salata, su un pezzo di giornale come tovaglia. Quelli furono anche gli anni nei quali, dopo i trionfi della spedizione dei Mille, Garibaldi si dedicò all'agricoltura e all'apicoltura, definita da lui stesso “occupazione prediletta”, in una lettera indirizzata al Presidente della Società Italiana di Apicoltura.
Stando alle numerose testimonianze scritte successive al 1860 egli considerava se stesso non solo un uomo d’armi ma anche un qualificato agricoltore. Proviene dal diario della figlia Clelia la bella immagine che ritrae il famoso condottiero in questa veste:
“M’era tanto caro aiutare Papà in qualche lavoretto. Ero io, per esempio, che, nella stagione invernale, portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno”.
Alcuni cronisti ritengono che la "spedizione dei Mille” di Garibaldi abbia contribuito non solo alla realizzazione dell’unità d’Italia, ma anche alla diffusione della pasta in tutta la penisola.
Massimo Montanari, autore del "Convivio oggi: storia e cultura dei piaceri della tavola nell'età contemporanea", a proposito di Garibaldi riporta questa cronaca.
Nella pubblicazione "Il ventre di Mi­lano" del 1888, opera collettiva che avrebbe dovuto illu­strare la vera fisiologia della capitale morale d'Italia si legga la cronaca di un pranzo allestito a Pavia, in tutta fretta e con qualche problema organizzativo, per la venuta di Garibaldi.
Correva il 1861. Era il tempo degli entusia­smi per Garibaldi. Non fa d'uopo di spiegare il perché.
I pavesi un giorno vengono a sapere che il grand'uomo doveva venir nella loro città a trovare la madre di Cairoli, e organizzano il banchetto. Chi fosse curioso di leggere la re­lazione, dirò così, ufficiale di quel pranzo, non ha che a con­sultare i giornali di quell'epoca grande e gloriosa. [...]
A tavola erano quattrocento. Sedevano nella grande sala a primo piano dell'albergo dei Tre Re di proprietà del signor Pietro Galli.
Nel menu... ci dovevano essere tra gli altri piatti del branzino in bianco e delle pernici in salmì. Il signor Galli sulle prime si grattò in capo. Dove si pigliano lì per lì dei branzini e delle pernici per quattrocento garibal­dini, giovani pieni di valore ma anche di appetito? Eppure non si poteva far a meno.
C'era in quel tempo a Pavia il signor Federico Carini, uno de' più strenui camerieri di albergo e di restaurant ch'io conosca. Egli è capace di servire quaranta persone, disperse in molti tavoli, da solo. Tant'è vero ch'egli è unico nel re­staurant della Porta Lunga in piazza Santo Stefano, frequen­tatissimo specialmente nelle domeniche, e nessuno si lamen­tò mai d'essere stato lasciato in dimenticanza. Egli è il Pico della Mirandola dei camerieri. Con lui stava anche un certo Baldi, che ora fa il mediatore. Carini fu chiamato dal Galli, il quale gli confidò d'aver preparati sessanta piccioni e venti fra trote e lucci, che dovevano passare per pernici e per bran­zini. Mancargli soltanto ventisei teste e ventisei code di vere pernici per la presentazione in tavola. Carini a queste finzio­ni non era nuovo certamente. Pure pensando che il trucco si doveva farlo a Garibaldi, sulla prima reagì. Ma necessità non ha legge. Il tempo stringeva. Per quattrocento persone ci volevano almeno sessanta pernici. E si sa bene che non si trovano sempre lì covate e a giusto punto sessanta pernici. Di teste e di code perniciose invece v'ha sempre buona scorta ne­gli alberghi. Vada dunque pei piccioni. Tanto e tanto il salmì saprà far miracolo. Si è cuochi o non si è cuochi?
Garibaldi del resto non ne toccò. Egli mangiò due fettine di prosciutto, un'aringa, e un po' di luccio-branzino. Rifiutò tutto il resto. Il pranzo costò ai sottoscrittori ottocento lire.
(testo e foto da: http://www.taccuinistorici.it; nella foto Garibaldi e la figlia Clelia nel 1876)

Irradiate irradiate, qualche cosa muterà

(parte di un articolo di Dario Bressanini)
Le mutazioni spontanee sono uno dei motori dell’evoluzione. Ogni tanto qualche gene viene modificato casualmente da un errore di trascrizione durante la riproduzione. Oppure viene alterato chimicamente da qualche agente mutageno, o dalle radiazioni. La stragrande maggioranza delle mutazioni “naturali” è mortale oppure ininfluente. Se il gene modificato era importante per il metabolismo della specie vivente, una modifica casuale ne porterà quasi sicuramente alla morte, perché ad esempio la proteina codificata da quel gene si ripiega nel modo sbagliato e non può più funzionare. Può succedere invece che il gene non fosse molto importante, ad esempio la codifica del colore degli occhi. Solo rarissimamente viene modificato un gene che altera, senza conseguenze mortali, una caratteristica fondamentale di una specie.
Un altro motore dell’evoluzione naturale sono i processi con cui vengono fusi due genomi di specie diverse, per crearne una terza nuova di zecca, oppure i processi in cui porzioni del DNA di una specie si integrano in una seconda specie, e da questo punto di vista gli organismi transgenici non fanno altro che copiare quanto già avviene in natura.
Nel corso di milioni di anni questi meccanismi hanno agito e hanno trasformato i primi organismi monocellulari, composti da una sola cellula, in pomodori, uomini, peperoni, rinoceronti e volpi. Hanno creato il buonissimo fungo porcino e la mortale amanita Phalloide. Hanno prodotto i batteri con cui fermentiamo lo Yogurt, ma anche il botulino e il colera.
Nel 1865 Gregor Mendel descriveva i meccanismi dell’ereditarietà, e poche decine di anni dopo cominciavano le indagini sulle modifiche genetiche indotte. Nel 1927 Muller mostrò come fosse possibile, mediante i raggi X (quelli con cui vi fate le lastre) modificare geneticamente il moscerino della frutta (la Drosophila melanogaster). L’anno successivo Stadler compie i primi esperimenti con i cereali cercando di modificarli geneticamente con radiazioni nucleari. Stadler cercava in questo modo di ottenere piante con caratteristiche migliorate. Non ebbe molto successo, ma ormai la via era aperta. Dopo la seconda guerra mondiale iniziarono i cosiddetti “usi pacifici dell’energia atomica“. Molti giovani ricercatori nelle nazioni sviluppate ed in quelle in via di sviluppo cominciarono ad utilizzare le radiazioni nucleari con l’obiettivo di modificare le caratteristiche delle piante esistenti. All’inizio i risultati furono piuttosto modesti. Si capì che le radiazioni nucleari erano troppo devastanti, e la stragrande maggioranza delle piante mutate non sopravviveva. Furono scoperte anche delle sostanze chimiche che inducevano mutazioni, come la colchicina. Piano piano si imparò a domare la potenza distruttiva delle radiazioni alfa, beta e gamma, a controllare i neutroni, a dosare i raggi X e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) e la FAO finanziarono e sponsorizzarono una serie di ricerche sulle mutazioni indotte allo scopo di migliorare le caratteristiche di prodotti agricoli.
Gli esperimenti su larga scala però vengono effettuati in campo aperto, in quello che viene chiamato un Gamma Field, un Campo Gamma, di cui potete vedere una foto aerea.
Al centro del cerchio viene messa la sorgente radioattiva, e nei vari settori del cerchio, a varie distanze, vengono piantati i semi delle piantine che si desidera mutare geneticamente. L’esposizione diminuisce all’aumentare della distanza e quindi in questo modo è più facile trovare la dose di radiazioni che genera dei mutanti senza uccidere immediatamente.
Come oggi la FAO sostiene l’uso delle biotecnologie agrarie, così negli anni ‘70 non ebbe paura di sostenere l’utilizzo dell’energia atomica per migliorare cereali e altre piante. Un articolo della Divisione di Tecniche Nucleari in Agricoltura, della FAO/IEAE descrive varie colture mutate ormai diffuse e commercialmente affermate. Ve ne descrivo qualcuna.
FruttaIl database FAO/IAEA segnala almeno 48 tipi di frutta: mele, banane, albicocche, pesche, pere, melograno… Ma la varietà commercialmente di maggiore successo è sicuramente una varietà di pompelmo che tutti voi conoscete: lo Star Ruby dalla polpa rosata. No, il pompelmo rosa non è sempre esistito! La prima varietà commerciale di
pompelmo dalla carne rosata è stato il Ruby Red, derivato da una mutazione spontanea scoperta in Texas nel 1929. Tuttavia il colore rosso sbiadiva all’avanzare della stagione, e il succo non aveva un colore gradevole. Furono utilizzati dei fasci di neutroni lenti per irradiare dei semi di pompelmo, e nel 1970 venne introdotta in commercio la varietà Star Ruby, senza semi e dalla polpa rossastra. Ulteriormente irradiato con neutroni lenti, la Star Ruby generò nel 1984 la varietà Rio Red, con rese migliorate. I frutti di entrambe le varietà mutanti, vendute con il nome di Rio Star, coprono il 75% della produzione Texana di Pompelmo.
Orzo per la birra
I primi esperimenti di mutazione indotta di Stadler, nel 1928, riguardavano l’orzo. Quaranta anni più tardi due varietà di orzo geneticamente modificate con raggi gamma, il Diamant e il Golden Promise avranno un impatto profondo sull’industria della birra e del Whisky in molti paesi d’Europa. La varietà Diamant fu rilasciata per la prima volta in Cecoslovacchia nel 1965. Le piantine erano 15 cm più basse della varietà da cui derivavano e avevano una resa per ettaro aumentata del 12%. Nel 1972 il 43% della superficie di orzo era dedicata al Diamant, e il gene mutato si è diffuso ad altre 150 varietà di orzo attraverso incroci convenzionali. In Scozia fu la varietà Golden Promise, anche lei ottenuta mediante irraggiamento gamma, a diffondersi nell’industria della birra e del Whisky. Ancora oggi, dopo più di 30 anni dalla sua creazione, questa cultivar è ancora molto diffusa.
Grano duro
Alla fine degli anni ‘60 nei laboratori del CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare, poi trasformato in ENEA), al Centro Studi Nucleari della Casaccia il gruppo del Prof. Scarascia Mugnozza irraggia con fasci di neutroni una gloriosa varietà di grano duro, il Cappelli. (La storia di questo grano, protagonista della cosiddetta “battaglia del grano” nel ventennio fascista, andrebbe raccontata in tutti i particolari con tutti i personaggi: dal Senatore Cappelli, da cui prende il nome, al genetista agrario Nazareno Strampelli, anticipatore di decenni della rivoluzione verde). Come al solito, la stragrande maggioranza dei semi irradiati muore, o produce piante abnormi. Ma una pianticella sopravvive e mostra caratteristiche interessanti. E’ più bassa, più resistente e con rese maggiori del Cappelli. Quel mutante viene incrociato con altre varietà di grano, per trasferire le caratteristiche interessanti, e nel 1974 viene registrato il Creso. Nel giro di pochi anni diventa il grano duro d’elezione, e tutti voi ne avete mangiato a quintali sotto forma di spaghetti, penne, rigatoni, maccheroni etc. Nel 1984 il Creso occupava il 53.3% del mercato italiano di semi certificati di grano, ed era coltivato su 430.000 ettari.
Pasta Radioattiva?
Nel 2000 l’IEAE/FAO pubblicizza il sito web con il suo database e descrive in un articolo gli sviluppi degli ultimi 70 anni del campo della mutagenesi indotta sulle piante in agricoltura. Nel maggio del 2001 un giornalista di un quotidiano tedesco (la Frankfurter Allgemeine Zeitung) pubblica un articolo descrivendo il rapporto. E cita, come ho fatto io, i casi del Pompelmo Texano, della Birra, del Whisky e altri esempi presi dall’articolo dell’IAEA. Cita, come è giusto, anche il grande successo del Creso, dicendo correttamente che la maggior parte della produzione italiana di pasta dipende da questo grano e dai suoi derivati, figli dell’Era Atomica.
Apriti cielo! Quando un’agenzia di stampa rilancia in Italia la notizia, nelle redazioni dei giornali, opera di giornalisti troppo spesso a digiuno di scienza, esplode la febbre degli spaghetti radioattivi. Qualche giornalista, senza prendersi la briga di telefonare ad un Istituto di Agraria delle nostre Università per chiedere spiegazioni, sente la parola “radiazioni”, la accosta agli spaghetti ed ecco servita la pasta radioattiva. Il Ministro dell’Agricoltura dell’epoca, Onorevole Pecoraro Scanio minaccia di denunciare l’ignaro giornalista tedesco, dimostrando ancora una volta la legge per cui spesso i ministri non sono competenti in materia: “non subiremo senza reagire questa offensiva contro il made in Italy. Ho incaricato l’ufficio legale di provvedere a tutelare gli interessi dei nostri produttori. La pasta italiana è sicura al cento per cento“.
La pasta ovviamente non è radioattiva, ma nessuno lo aveva mai messo in dubbio. Le radiazioni, come vi ho spiegato, sono solo servite per indurre una mutazione nella prima pianticella.
(il resto dell'articolo è su: http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/29/radiazioni-nucleari-nell’orto/)
(nelle foto: un “campo gamma” e un laboratorio dove si usa del Cesio 137 radioattivo per irraggiare con raggi gamma in basse dosi piante e semi riposti nei ripiani degli armadietti)

lunedì 14 marzo 2011

Uno storico menu del 1883

(articolo da: http://www.accademiabarilla.it/)


L'eco della marcia nuziale di Mendelssohn si era appena spento, quando a molti invitati venne l'acquolina in bocca leggendo su di una piccola pergamena quello che stava per essere servito sulle regali tavole.

Cadeva il 14 aprile 1883. Nel castello di Nymphenburg in Baviera, il principe reale di Savoia-Genova, Tommaso Alberto Vittorio, duca di Genova, era a fianco della giovane novella sposa, S.A.R. Isabella di Baviera.
Mettendosi finalmente a sedere sulle poltrone di velluto azzurro, colore della Casa regnante, delicatamente sospinte da valletti in alta tenuta, gli sposi avevano dato inizio al pranzo di gala delle loro nozze.
Così come fecero allora i convitati, meno commossi dei principi e con un robusto appetito che si era accresciuto durante la complicata cerimonia, conviene anche a noi, ora, dare un'occhiata al regale menu.
Si tratta di un cilindretto lungo tredici centimetri, chiuso alle due estremità da due corone reali di metallo dorato girevoli e rivestito di seta blu a losanghe di blu più intenso, colori e simboli araldici della Casa Reale di Baviera.
Attorno al cilindro, un nastro sottile a spirale a tre colori: il bianco, rosso e verde dei Savoia, quasi a significare l'abbraccio dello sposo che avvolge la sposa.
Lungo il cilindro si apre una fessura dalla quale esce appena un lembo di pergamena fissato con un nastrino ad una asticciola in ebano, a sua volta collegata alle estremità con una cordicella ritorta a due colori ad un sigillo metallico dorato che recava, in rilievo, il leone rampante della Casa reale di Baviera.
Tirando dolcemente il sigillo si svolge una pergamena lunga ventun centimetri ed alta poco più di undici, decorata, all'intorno, da simboli araldici: a sinistra la figura di un paggio in abiti rinascimentali che regge con il braccio destro gli scudi delle due Case regnanti e con il sinistro indica le portate del menu, che si riavvolge girando delicatamente le corone in senso inverso.
Le portate meritano una attenta lettura. Per essere "à la page" nelle Corti e nelle Case dei potenti si doveva immaginare, pensare e scrivere di cucina secondo i dettami dei grandi cuochi francesi. Soggezione e imitazione non significano però necessariamente esatta e felice interpretazione o alta cucina impeccabile.
Si inizia con le ostriche. Il potage caldo, che apre opportunamente lo stomaco è seguito dall'Hors-d'œvre, con un ottimo Salmone del Reno, ma servito con una Sauce Bernaise, utilizzata solitamente per carni alla griglia. Alle Atelettes al fois gras succede una insolita Sella di renna, servita però con una Salsa Cumberland abitualmente associata alla selvaggina fredda.
Le Entrée propongono nuovamente selvaggina, con delle modeste beccacce primaverili, magnificamente guarnite, però, con tartufi, per poi tornare, poco opportunamente, al pesce, con aragoste e sauce mayonnaise, creando qualche difficoltà col vino. La Granita d'Ananas, allora non certo alla portata di tutti come oggi, alleggerisce e prepara all'Arrosto di Polletti (ma dopo le beccacce meglio sarebbe stato un arrosto di bue) con Asparagi.
Il pranzo regale si concludeva con Gelatina al vino di Champagne, Gelato, Frutta e Dessert.
Il menu si caratterizza, comunque, per la classica successione e per le presenze "canoniche" del brodo in apertura, degli arrosti e del dessert finale.
Però, ad un evidente intento di magnificenza e ricercatezza dei singoli cibi non fa seguito un corretto ordinamento dei piatti ed una oculata gestione dei vini. Poteva accadere anche alla Corte di un Re…
(testo e immagine da: http://www.accademiabarilla.it/)